I sapori dello spirito
Marco sentiva i morsi della fame. Ormai doveva averci fatto l’abitudine. ABITUARSI? Ai crampi nello stomaco? Come si fa? Mannaggia a me e alle mie idee strampalate. Ma gli altri come fanno, tutti i giorni?
I giornali di sua sorella Marzia erano sempre molto positivi ed entusiasti in proposito: “quando vi mettete a dieta, non fatelo con tristezza, provate invece a riempire la vostra vita con piaceri di tipo diverso, non legati al cibo” . Sì, certo, grandi parole. Ma, uno io non sono a dieta, due sono in macchina e sto andando da un cliente, sono le due del pomeriggio e io non mangio da ieri sera. A quali sublimi piaceri posso rivolgermi per uscire da questo dramma?
Inutile continuare a pensarci su. Decise di distrarsi ascoltando
Riprendendo al via di casa, si trovò di nuovo solo coi suoi pensieri, che tornarono ad assillarlo come un tormentoso sciame di tafani. Una telefonata giunse provvidenziale a salvarlo dalla molesta invasione.
“Marco, allora, come te la stai cavando?”
“Shalima, grazie al cielo mi hai chiamato. Mi sento uno straccio, non ho fatto altro che pensare al cibo, è diventata un’ossessione oggi. Ho un buco nello stomaco grande come un palazzo”
“E per il resto, com’è andata la giornata?”
“Ho fatto come al solito. Coda in autostrada, finti sorrisi, altra coda in autostrada. Ho cercato di distrarmi in mille modi, ma ora proprio non ce la faccio più. Quanto manca?”
“Mi spiace ma devi aspettare almeno un’ora. Vedi, c’è ancora il sole. La cena per festeggiare tutti insieme sarà alle otto e mezza. Verrai con noi?”
“Ci puoi scommettere! Dopo che mi sono fatto con voi questo mostruoso giorno di digiuno, vuoi che mi perda la parte migliore, dove finalmente si mangia? Dimmi un po’, ma voi come fate?”
“Sai, durante il digiuno è l’anima che deve essere nutrita. Solo col corpo leggero e vuoto si possono percepire i sapori dello spirito. Ah, volevo dirti una cosa…”
“Ti ascolto, di’ pure”
“Grazie per aver condiviso con me le fatiche di un giorno di Ramadan”
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Il brodo era pronto ed ancora cullava nel suo tepore la carne, le carote, la patate ed i piselli. Sarebbero venuti buoni per il contorno.
Angela guardava orgogliosa il suo soffritto: la pancetta sfrigolava cantando in coro con le cipolle e l’olio. Tra poco avrebbe aggiunto il riso … et voilà, nel giro di mezz’ora il famoso “risotto dell’Angela” sarebbe stato pronto.
Tutti conoscevano il suo piatto, anzi, erano venuti da lei proprio per assaggiarlo (i nuovi) o per assaporarlo di nuovo (i fedelissimi). A lei piaceva mettere ogni volta un pizzico di novità: quella sera, insieme allo zafferano, avrebbe aggiunto in pizzico di menta. Poca, da non sovrastare i sapori, ma fresca, per sorprendere il palato dei suoi ospiti. Serviva un tocco speciale per quella cena speciale. Una grande cena, un cenone. IL cenone, sì , quello per antonomasia, quello di San Silvestro, l’ultimo dell’anno. Le era sempre piaciuto celebrare così questa festa: tra i fornelli. Come, d’altronde, era per tutte le altre sere della sua vita.
Cucinare era diventato l’unico motivo per alzarsi al mattino. Sapere che sarebbe stata utile agli altri, che avrebbe potuto farli sorridere, procurar loro piacere. I sapori delle pietanze erano diventati l’unica nota di colore dei suoi giorni grigi e scialbi. Si era chiesta spesso, in quegli ultimi giorni del 1999, come mai la sua vita avesse preso proprio questa piega. La malinconia del secolo che finiva le si era incollata addosso, in modo indelebile.
Già, quando sei giovane ti puoi permettere di scegliere i tuoi pretendenti e giocare con loro come più ti aggrada. Poi, col tempo, diventi esigente, cerchi solo l’Uomo Perfetto. Eviti i difetti altrui per non guardare negli occhi i tuoi. Alla fine scopri che la perfezione non è di questo mondo. Ma è troppo tardi. Ti accorgi che l’unica missione della tua vita è diventata essere l’Angelo del focolare. L’Angela, anzi.
Il risotto ormai era pronto e il suo profumo insolito la richiamò alla realtà. Menta e zafferano.
Si fece forza e si scrollò da dosso i pensieri tristi. In fondo tra poche ore anche lei avrebbe brindato insieme agli altri all’inizio del nuovo millennio, all’ “anno nuovo vita nuova”. Avrebbe creduto, almeno per qualche minuto, che un Dio buono potesse regalare un pasto caldo alla sua anima affamata.
Ora il protagonista sarebbe stato il risotto. Angela vestì uno dei suoi migliori sorrisi falsi, quelli del teatrino delle parti, ed uscì con la sua pentola fumante.
Un applauso accolse il suo ingresso nel salone del ristorante, dove i clienti aspettavano il piatto forte del loro Cenone.
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Tre donne passeggiano per il corridoio verso la sala da tè.
Le loro borsette nuove sono ancora vuote.
Hanno 80, 78 e 75 anni.
Camminano curve per il dolore, ma insistono: si devono muovere, che fa così bene.
Si chiamano C., M., R.
Con i loro sacchi del catatere vanno verso il “soggiorno” dell’ospedale dove le attende la camomilla serale, prima di andare a dormire. Sono le otto di sera. La sera del loro intervento.
Il dolore ancora assopito, sotto dosi massicce di antidolorifici. L’ago nelle vene della mano fa male e dà fastidio.
La loro età anagrafica è meno della metà degli anni che si sentono addosso stasera.
Ma il peggio è passato.
Orgogliose di avercela fatta, si raccontano i dettagli raccapriccianti dell’operazione:
la solitudine piena di paura mentre attendi il tuo destino, la barella che ti viene a prendere, la pre-anestesia che ti lascia intontita ma cosciente. Immagini e suoni che si fanno via via più ovattati e distanti. Scene di aghi infilati, di piedi fissati su strani tavoli operatori. Poi qualcuno ti dice “Conta fino a cinquemila” . E in quel momento ti senti sveglio e lucido, inizi a contare spavaldo.
Fino a undici.
Poi ti svegli con altri aghi e tubi infilati un po’ ovunque. Non sei ancora tanto cosciente da esultare per lo scampato pericolo. Lo farai dopo, quando vedi le facce sollevate dei tuoi cari, che esplodono di felicità nel vedere che sei tornata alla vita, dopo un viaggio chimico in quel luogo sconosciuto da cui non sempre è scontato che si ritorni.
Poi viene la sera.
I parenti vanno a casa, stravolti dalla preoccupazione dei giorni precedenti. Infermiere solerti e sbrigative, ma in fondo simpatiche ti hanno già fatta alzare, camminare e mangiare. Il recupero è ottimo e gli ettolitri di analgesici che hai in corpo tengono lontano ancora il dolore. Per quello ci sarà tempo domani.
Sei lì e ci sono solo loro con te. Gli angeli che come te hanno passato quell’esperienza e ti possono capire come nessun altro. Loro che in questi tre giorni ti sono sorelle amiche compagne mamme.
Loro che non vedrai più ma non dimenticherai mai.
A loro dedico queste poche righe, ringraziandole per sempre.
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Questo signor Coniglio abita nel prato di fianco al grande parcheggio di Padova, accanto al'ospedale: che luogo curioso in cui porre dimora!
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Il nostro amico C.B. da Perugia ci inia questa suggestiva foto notturna...
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Ehi, ma dove erano finiti tutti gli abitanti?
siete fuggiti?
E' così brutto il nostro socio navigante che faceva le foto?
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Una dedica speciale ad un grande marinaio che fu.
Questo racconto è per te, come mi avevi chiesto tanto tempo fa. Mi dispiace tu non abbia potuto leggerlo coi tuoi occhi umani...
Asmara
Certo che qui sulla nave non è mica facile fare il pane. Non è come a casa.
Che poi, fare il pane…chi non se ne intende ti dice “Cosa sarà mai, acqua, lievito, un po’ di sale e poi fa tutto da solo”. Nemmeno per idea! Ci sono tanti altri ingredienti che solo gli esperti conoscono bene: la temperatura, l’umidità dell’ambiente, il vento.
Qua sotto poi c’è la puzza dei motori che forse non disturba il pane, ma di sicuro a noi non piace gran che.
Avevo un po’ di paura ad imbarcarmi, sai com’è, ma tutti a casa a dirmi “Stai tranquillo Luigi, non vi succede mica niente, vedrai che esperienza ti fai, di vita e di lavoro. Poi torni, ti sposi, apri il tuo bel negozio qua in paese e diventi ricco”.
Non sono così sicuro di tornare, tempeste ed uragani a parte…sai com’è!
Non è che agli altri sulla nave interessi tanto come viene il mio pane, presi come sono da tutte le altre attività. I compagni qua sotto sono tutti giovani e impauriti, come me. Ne abbiamo imbarcati un po’ in ogni porto in cui la nave ha fatto tappa prima di iniziare il grande viaggio. Ognuno fa più o meno il lavoro che faceva a casa sua: elettricisti, cuochi, meccanici, fuochisti, ma la nave è così grande e complessa che facciamo i turni anche per altre mansioni.
Quelli dei ponti, in alto, invece, sì che fanno la bella vita: vestiti bene, le cabine grandi, i bagni comodi, niente puzza di gasolio, tempo per lavarsi e scrivere a casa.
Argentina, ci ha detto il comandante, siamo diretti in Argentina. Chissà com’è. Chissà se la vedremo o faremo tappa solo per il tempo necessario.
Acqua, ancora e ancora solo acqua intorno. Sono salito su uno dei ponti finito il lavoro stasera, un pezzo della mia pizza speciale come cena.
Mare e poi mare. Chissà come stanno quelli a casa? Sono preoccupati per noi? Arrivano le mie lettere e cartoline?
L’Argentina poi non l’abbiamo vista. Solo un porto, lontano dalle grandi città, perché non abbiamo caricato la carne, come ci avevano detto.
Rame, invece, rame e di nascosto. Segreto militare.
L’Asmara adesso viaggia lenta, carica come un enorme animale gravido. Le celle frigorifere stipate di rame da portare in Europa, nell’Egeo. Noi più di così non possiamo sapere, non è consentito alle autorità svelare altro della nostra missione.
D’altronde siamo in guerra, il Duce farà trionfare la grande nazione Italia, la riporterà ai fasti dell’Impero Romano e noi obbediremo orgogliosi di partecipare a cotanta impresa. Così dicono.
Acqua, ancora e ancora solo acqua intorno. Mare e poi mare. L’atmosfera però si è fatta tesa. Le scorte di cibo vanno diminuendo, il mio pane diventa sempre più gommoso, le pizze speciali ora ci sono solo la domenica, il pomodoro è una rarità prelibata.
Hanno scoperto il nostro traffico di rame.
Gli Inglesi non l’hanno presa tanto bene e siamo costretti a navigare lontano dalle coste, con la paura di venire silurati da un momento all’altro. In mare aperto
Il sogno del mio panificio in paese si fa sempre più sbiadito.
***
Il naufragio fu terribile e cruento: poche scialuppe di salvataggio integre e troppi corpi da trasportare.
Sei allo stremo delle forze ma ancora a galla. I tuoi amici si aggrappano a te per non affogare e tu devi scegliere se vivere o morire annegato con loro.
***
Luigi è personaggio di fantasia ma tutto il resto no.
Il Sotto Capo di Marina Giuseppe Sara fu uno dei reduci. Io ne ringrazio il cielo.
Il Sotto Capo di Marina Giuseppe Sara era mio nonno.
A lui dedico questo racconto, certa che, lì dov’è ora, mi guarda e sorride.
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Siamo un gruppo di naviganti. Di amici.
Alcuni di noi hanno un gommone, di quelli da gita al lago
C’è chi ama solcare il mare su nobili navi a vela a tre-quattro alberi e chi invece adora le comodità all-inclusive di quei paese galleggianti che sono le navi da crociera. Pochi arditi ci seguono col loro barchino a motore, innaffiati dagli spruzzi prepotenti dei motoscafi. Uno sparuto gruppo cerca di raggiungerci con delle moto d’acqua ma con scarsi risultati. I nostri amici poeti ci accompagnano con canoe o piccole barche a remi, mentre i più intraprendenti si sono costruiti zattere con materiale di scarto.
Ci accomuna la voglia di sperimentare, di conoscere, di ficcare il naso qua e là. Leggiamo e scriviamo molto. Amiamo condividere le nostre esperienze e conoscenze.
Così abbiamo deciso di rendere pubblici i nostri avvisi finora segreti.
Da ora saranno a disposizione di tutti voi amici curiosi. Naviganti. Del mondo.
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Ciao!siete messi anche voi così dopo le Feste di Natale?
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